Francesco Salvatore
F.Salvatore - L’Interaction Design: una scoperta dopo l’altra per capire cosa fare da grandi
SUPSI Image Focus
Francesco, 23 anni, ha studiato design e prodotto a Roma. Prima di frequentare il Master aveva già sviluppato degli ausili stampati in 3D per un bambino di 8 anni che gioca a tennis e che ha disabilità agli arti superiori. Il FabLab nel Campus della SUPSI è diventato subito il suo luogo preferito, perché può dedicarsi alla fabbricazione digitale curando il lato più umano e percettivo dell’Interaction Design, andando così incontro alle necessità delle persone. Ora si trova a Malmö, in Svezia, per uno stage di alcuni mesi nel campo dell’Experience and Technology Design.
Perché hai scelto di frequentare il Master of Arts in Interaction Design della SUPSI?
Non volevo scegliere un percorso solo teorico come in altre università, ma uno che potesse prepararmi anche alla professione. Ho cercato chi fossero le docenti e i docenti e mi sono entusiasmato quando ho scoperto che Matteo Loglio insegna qui e che anche Massimo Banzi (il fondatore di Arduino e del primo FabLab in Italia) ha insegnato al Master. Mi piace molto l’attitudine di Loglio: per me è di grande ispirazione, perché con i suoi progetti fa riflettere divertendo. È la qualità dei docenti che mi ha convinto a iscrivermi. Ti portano ad essere al passo con i tempi, proiettati nel futuro; oltre a insegnare, lavorano al di fuori dell’Università. Prima del Master mi ero occupato poco di programmazione: mi sono reso conto che è uno strumento fondamentale per dare vita a progetti digitali e prototipi. Quello che sto imparando qui non credo avrei potuto vederlo altrove con questa intensità e diversificazione.
C’è un’esperienza che ti ha segnato?
Più di una a dire il vero. La prima è stata proprio l’incontro con Matteo Loglio perché sentire dal vivo i suoi discorsi, il suo approccio alla progettazione di prodotti e servizi è stato significativo. Ammiro la sua capacità di fare grandi cose con una sorta di leggerezza, ha visione e intuizione. Un altro episodio importante è stato per me il corso di “prototipazione di esperienze spaziali” di Leonardo Angelucci in un ex cementificio, la Saceba di Morbio inferiore. Per due giorni con due compagni abbiamo progettato un’installazione interattiva: per la prima volta siamo usciti dalle aule e ci siamo confrontati con i problemi reali che nascono in uno spazio che ha determinate caratteristiche.
Qualcosa nel tuo approccio è già cambiato da quando hai iniziato il Master?
Sì, la mia attitudine al lavoro. C’è molto da fare e io voglio imparare il più possibile e fare di tutto, anche ricerca. Ho capito che la ricerca non è solo accademica, ma è necessaria anche in un’azienda. Poi trovo stimolanti i lavori di gruppo: si affrontano insieme le dinamiche e i problemi che si presentano. Il design nasce per essere una cosa di gruppo: se sei da solo, non c’è confronto.
In che ambito vorresti lavorare, una volta finito il tuo percorso?
Fra i miei interessi principali c’è l’energia rinnovabile dal punto di vista del designer, non dell’ingegnere, con tutte le implicazioni sull’impatto ambientale. Iniziando il Master ho scoperto la dimensione dell’intelligenza artificiale e ci lavorerei volentieri. A me, però, diverte anche tagliare, costruire, stampare in 3D, rimontare. Per questa passione per il tangibile, il fare e il creare potrei orientarmi su aziende che fanno installazioni, perché così riunirei tutto quello che mi piace: dare vita a esperienze che combinano dimensione fisica e digitale per portarle al pubblico.