Cooperazione e sviluppo
Non basta scavare un pozzo: tecnologie appropriate per la cooperazione e lo sviluppo - Blog Formazione continua
SUPSI Image Default
- Cambiare
- Non basta scavare un pozzo: tecnologie appropriate per la cooperazione e lo sviluppo
Page Categories List
Un pozzo costruito da un’ONG in un villaggio africano. Tutto perfetto: l’acqua arriva, il progetto è realizzato, la comunità sembra beneficiarne. Una settimana dopo, però, il pozzo è rotto. Non per un guasto tecnico, ma perché le donne del villaggio l’hanno sabotato. Quel pozzo, che doveva semplificare la vita, aveva cancellato uno dei pochi spazi di libertà che avevano: il tempo del cammino verso la fonte, fatto di conversazioni, autonomia, socialità.
Un’immagine che spiega meglio di qualsiasi teoria cosa significhi “tecnologia appropriata”: non una questione di innovazione, ma di ascolto. Ne parliamo con Michele Cutolo, architetto e interaction designer, responsabile del workshop in cooperazione e sviluppo tra la Formazione continua SUPSI e l’Università di Hawassa, in Etiopia. Dalla sua esperienza nasce il SAS in tecnologie appropriate per la cooperazione e lo sviluppo, un programma dedicato ai professionisti che vogliono comprendere, e mettere in pratica, un modo diverso di progettare: non per, ma con le comunità locali.
Parliamo di tecnologie per la cooperazione e lo sviluppo: ma di cosa si tratta esattamente?
Sono un insieme di tecniche, digitali, organizzative, volte a migliorare la qualità della vita, la sostenibilità e l’approccio al nuovo nei Paesi in via di sviluppo, in situazioni svantaggiate o in casi emergenziali di lavoro. In pratica, sono tutte quelle azioni che mettiamo in atto per migliorare una condizione.
Le tecnologie sono sempre viste come sinonimo di progresso. Ma cosa rende una tecnologia davvero appropriata in un contesto di cooperazione?
È una tecnologia che si sposa con il contesto reale. Non tutto è applicabile ovunque: va analizzato il luogo in cui si va a lavorare, le risorse, le competenze, il momento storico, e poi va trovata la tecnologia più appropriata. C’è un esempio interessante, di un pozzo costruito in Africa da un’ONG. È stato realizzato, messo in funzione, e una settimana dopo si è rotto. Quando sono andati a capire perché, hanno scoperto che erano state le donne a romperlo: quel pozzo le privava della loro libertà. Per noi camminare per andare a prendere l’acqua è un sacrificio, ma per loro era un momento di indipendenza e socialità fra donne. Il contesto non era stato analizzato prima di fare il lavoro e non ha funzionato.
Può esistere una tecnologia universale che funziona ovunque, o è sempre necessario adattarla al contesto?
No, ogni tecnologia ha bisogno del suo contesto e ogni contesto ha bisogno della sua tecnologia. Ogni posto del mondo ha caratteristiche diverse.
Sono un insieme di tecniche, digitali, organizzative, volte a migliorare la qualità della vita, la sostenibilità e l’approccio al nuovo nei Paesi in via di sviluppo, in situazioni svantaggiate o in casi emergenziali di lavoro. In pratica, sono tutte quelle azioni che mettiamo in atto per migliorare una condizione.
Le tecnologie sono sempre viste come sinonimo di progresso. Ma cosa rende una tecnologia davvero appropriata in un contesto di cooperazione?
È una tecnologia che si sposa con il contesto reale. Non tutto è applicabile ovunque: va analizzato il luogo in cui si va a lavorare, le risorse, le competenze, il momento storico, e poi va trovata la tecnologia più appropriata. C’è un esempio interessante, di un pozzo costruito in Africa da un’ONG. È stato realizzato, messo in funzione, e una settimana dopo si è rotto. Quando sono andati a capire perché, hanno scoperto che erano state le donne a romperlo: quel pozzo le privava della loro libertà. Per noi camminare per andare a prendere l’acqua è un sacrificio, ma per loro era un momento di indipendenza e socialità fra donne. Il contesto non era stato analizzato prima di fare il lavoro e non ha funzionato.
Può esistere una tecnologia universale che funziona ovunque, o è sempre necessario adattarla al contesto?
No, ogni tecnologia ha bisogno del suo contesto e ogni contesto ha bisogno della sua tecnologia. Ogni posto del mondo ha caratteristiche diverse.
Uno studio pubblicato su Water Policy (Whittington & Davis, 2009) ha analizzato sistemi idrici rurali in Bolivia, Perù e Ghana, mostrando che molti progetti falliscono non per motivi tecnici, ma per scarsa manutenzione e mancato coinvolgimento delle comunità locali, soprattutto nelle fasi di gestione. Il programma di ricerca UPGro – Unlocking the Potential of Groundwater for the Poor stima che in Africa sub-sahariana oltre il 25 % delle pompe manuali installate nei villaggi sia non funzionante in un dato momento. I ricercatori parlano di ghost handpumps, pompe visibili ma inutilizzabili: il segno di un fallimento di governance, più che di tecnologia.
Lavorare nel Sud globale spesso significa confrontarsi con risorse limitate. Come ci si adatta? Hai un’esperienza particolare da raccontarci?
Bisogna partire con una mentalità aperta, essere empatici e pronti ad affrontare sfide che non appartengono al nostro quotidiano. Poi, in assenza di risorse, l’uomo diventa creativo. Ti trovi in situazioni lavorative dove porti avanti una determinata evoluzione tecnica, ma mancano strumenti basilari. Parliamo anche di cose semplici: pale con il manico in eucalipto ancora pieno di nodi, mentre noi siamo abituati ad avere manici lisci e fabbricati. Si esce dalla comfort zone, e questo aiuta a sviluppare competenze di problem solving.
...In questo senso, ricordo molte esperienze di questo tipo. La prima volta in Etiopia, per costruire una cupola in terra cruda, abbiamo usato la terra di termitaio. Qui l’avremmo caricata su dei furgoni; lì, in un fuoristrada. Abbiamo steso un telo, rivestito malamente i sedili, buttato la terra dentro e siamo tornati indietro. Credo abbiano trovato terra per un anno intero in quel jeep! Un’altra volta ho sentito un botto fenomenale: accanto al mio albergo era caduto un albero enorme. Da noi l’avrebbero smantellato in qualche ora. Lì no: non era una priorità. Piano piano, settimana dopo settimana, con l’accetta, lo hanno tagliato e probabilmente ha fornito legna a molte famiglie.
Non compatibile con il nostro stile di vita frenetico… Insegna a prendere la vita in modo diverso.
Cos’è l’analisi del ciclo di vita (LCA) e come si traduce concretamente in scelte che impattano le comunità?
Il Life Cycle Assessment è un sistema standardizzato che determina il ciclo di vita utile di un progetto: dalla concezione, all’utilizzo, fino allo smaltimento.
Permette di capire la sostenibilità intrinseca del progetto: se nella produzione o nello smaltimento c’è una falla, la sostenibilità complessiva rischia di essere vana. È un tema che studieremo anche in Etiopia, all’interno del SAS.
Bisogna partire con una mentalità aperta, essere empatici e pronti ad affrontare sfide che non appartengono al nostro quotidiano. Poi, in assenza di risorse, l’uomo diventa creativo. Ti trovi in situazioni lavorative dove porti avanti una determinata evoluzione tecnica, ma mancano strumenti basilari. Parliamo anche di cose semplici: pale con il manico in eucalipto ancora pieno di nodi, mentre noi siamo abituati ad avere manici lisci e fabbricati. Si esce dalla comfort zone, e questo aiuta a sviluppare competenze di problem solving.
...In questo senso, ricordo molte esperienze di questo tipo. La prima volta in Etiopia, per costruire una cupola in terra cruda, abbiamo usato la terra di termitaio. Qui l’avremmo caricata su dei furgoni; lì, in un fuoristrada. Abbiamo steso un telo, rivestito malamente i sedili, buttato la terra dentro e siamo tornati indietro. Credo abbiano trovato terra per un anno intero in quel jeep! Un’altra volta ho sentito un botto fenomenale: accanto al mio albergo era caduto un albero enorme. Da noi l’avrebbero smantellato in qualche ora. Lì no: non era una priorità. Piano piano, settimana dopo settimana, con l’accetta, lo hanno tagliato e probabilmente ha fornito legna a molte famiglie.
Non compatibile con il nostro stile di vita frenetico… Insegna a prendere la vita in modo diverso.
Cos’è l’analisi del ciclo di vita (LCA) e come si traduce concretamente in scelte che impattano le comunità?
Il Life Cycle Assessment è un sistema standardizzato che determina il ciclo di vita utile di un progetto: dalla concezione, all’utilizzo, fino allo smaltimento.
Permette di capire la sostenibilità intrinseca del progetto: se nella produzione o nello smaltimento c’è una falla, la sostenibilità complessiva rischia di essere vana. È un tema che studieremo anche in Etiopia, all’interno del SAS.
SUPSI Image Focus
L’assenza di queste connessioni rischia di generare progetti per noi del Nord instagrammabili, ma inutili per chi vive sul posto.
La progettazione partecipata è una parola che ricorre molto: come si garantisce che la voce delle comunità locali sia ascoltata davvero, e non solo “messa a verbale”?
Come nell’esempio del pozzo manomesso dalla comunità femminile, quello che cerchiamo di fare è evitare di finire in situazioni del genere. Non si può progettare senza considerare i bisogni reali delle persone del posto. Bisogna includere attivamente la comunità nel processo: interviste, momenti di confronto, coinvolgimento diretto. Durante la fase di progettazione e soprattutto nella realizzazione, la comunità deve essere protagonista. Questo fa sì che le persone si sentano parte del progetto, si affezionino e se ne prendano cura nel tempo. L’assenza di queste connessioni rischia di generare progetti per noi del Nord “instagrammabili”, ma inutili per chi vive sul posto.
Lo scopo è realizzare progetti che abbiano senso e siano richiesti dalle popolazioni. Spesso noi portiamo evoluzioni tecniche: bisogna però dimostrare la fattibilità e il senso concreto, motivare le persone, dimostrare che ha davvero valore. Ci saranno probabilmente resistenze, se si va contro una tradizione, un credo o la volontà del capo villaggio che dice “non si fa così”.
E come ci si pone di fronte al fatto che le persone delle comunità locali, potrebbero non voler dire quello che pensano? Restando al nostro esempio sul pozzo, la comunità femminile non avrebbe probabilmente detto di fronte ai mariti, che quel momento rappresentava per loro un momento d'indipendenza...
È un problema reale. La donna cerca la sua libertà andando a prendere l’acqua al pozzo, ma non lo dirà pubblicamente. Bisogna entrare nella cultura, nella religione, nel credo della comunità stessa. Abbiamo un rappresentante in Etiopia, Lorenzo Fontana, con una grande rete di conoscenze: finora i lavori sono sempre stati costruiti in contesti in cui volontà e bisogno erano chiari.
Con il SAS andiamo a valutare i progetti. Ad Hawassa abbiamo due ricercatori che lavorano sui mattoni in terra cruda: visitiamo luoghi che hanno adottato questo sistema costruttivo, analizziamo il Life Cycle Assessment, raccogliamo informazioni e cerchiamo di capire se una tecnologia è più appropriata di un’altra.
Quali strumenti o attività permettono ai partecipanti di affrontare davvero le complessità del lavoro in team internazionali e multidisciplinari?
Quello che si vuole trasmettere è la competenza per determinare se un progetto ha senso o non ha senso. Quest’anno lavoreremo sull’edilizia e sui materiali in terra, analizzando come vengono accolte costruzioni fatte con materiali diversi: una in mattoni, una in legno. Cercheremo di capire quale è più longeva, quale più adatta, e come viene percepita dalle comunità locali.
Lavorare in contesti complessi significa arrivare in luoghi che non seguono le nostre logiche, dove la tradizione, la simbologia e l’identità sono parte integrante dell’architettura. Un esempio emblematico è quello della popolazione Dorze, che costruisce case in bambù e foglie di banano: strutture a cupola su un basamento rialzato, con una sorta di proboscide anteriore. Sono chiamate case elefante, costruite in memoria degli elefanti, nella speranza che tornino. Sono fatte interamente di legno e foglie, completamente organiche. Ogni anno perdono circa dieci centimetri per l’azione di parassiti e batteri: la casa, inizialmente alta sei metri, pian piano si abbassa fino a diventare un pollaio. Ma questa è la tradizione: non accetterebbero mai di costruire in modo diverso.
Come nell’esempio del pozzo manomesso dalla comunità femminile, quello che cerchiamo di fare è evitare di finire in situazioni del genere. Non si può progettare senza considerare i bisogni reali delle persone del posto. Bisogna includere attivamente la comunità nel processo: interviste, momenti di confronto, coinvolgimento diretto. Durante la fase di progettazione e soprattutto nella realizzazione, la comunità deve essere protagonista. Questo fa sì che le persone si sentano parte del progetto, si affezionino e se ne prendano cura nel tempo. L’assenza di queste connessioni rischia di generare progetti per noi del Nord “instagrammabili”, ma inutili per chi vive sul posto.
Lo scopo è realizzare progetti che abbiano senso e siano richiesti dalle popolazioni. Spesso noi portiamo evoluzioni tecniche: bisogna però dimostrare la fattibilità e il senso concreto, motivare le persone, dimostrare che ha davvero valore. Ci saranno probabilmente resistenze, se si va contro una tradizione, un credo o la volontà del capo villaggio che dice “non si fa così”.
E come ci si pone di fronte al fatto che le persone delle comunità locali, potrebbero non voler dire quello che pensano? Restando al nostro esempio sul pozzo, la comunità femminile non avrebbe probabilmente detto di fronte ai mariti, che quel momento rappresentava per loro un momento d'indipendenza...
È un problema reale. La donna cerca la sua libertà andando a prendere l’acqua al pozzo, ma non lo dirà pubblicamente. Bisogna entrare nella cultura, nella religione, nel credo della comunità stessa. Abbiamo un rappresentante in Etiopia, Lorenzo Fontana, con una grande rete di conoscenze: finora i lavori sono sempre stati costruiti in contesti in cui volontà e bisogno erano chiari.
Con il SAS andiamo a valutare i progetti. Ad Hawassa abbiamo due ricercatori che lavorano sui mattoni in terra cruda: visitiamo luoghi che hanno adottato questo sistema costruttivo, analizziamo il Life Cycle Assessment, raccogliamo informazioni e cerchiamo di capire se una tecnologia è più appropriata di un’altra.
Quali strumenti o attività permettono ai partecipanti di affrontare davvero le complessità del lavoro in team internazionali e multidisciplinari?
Quello che si vuole trasmettere è la competenza per determinare se un progetto ha senso o non ha senso. Quest’anno lavoreremo sull’edilizia e sui materiali in terra, analizzando come vengono accolte costruzioni fatte con materiali diversi: una in mattoni, una in legno. Cercheremo di capire quale è più longeva, quale più adatta, e come viene percepita dalle comunità locali.
Lavorare in contesti complessi significa arrivare in luoghi che non seguono le nostre logiche, dove la tradizione, la simbologia e l’identità sono parte integrante dell’architettura. Un esempio emblematico è quello della popolazione Dorze, che costruisce case in bambù e foglie di banano: strutture a cupola su un basamento rialzato, con una sorta di proboscide anteriore. Sono chiamate case elefante, costruite in memoria degli elefanti, nella speranza che tornino. Sono fatte interamente di legno e foglie, completamente organiche. Ogni anno perdono circa dieci centimetri per l’azione di parassiti e batteri: la casa, inizialmente alta sei metri, pian piano si abbassa fino a diventare un pollaio. Ma questa è la tradizione: non accetterebbero mai di costruire in modo diverso.
Uno studio pubblicato da Routledge descrive le abitazioni Dorze come una forma architettonica resiliente, costruita per muoversi, respirare e adattarsi . Originarie delle Gamo Highlands, nel sud dell’Etiopia, queste case sono realizzate interamente con bambù intrecciato e foglie di enset, la cosiddetta “banana falsa”. Possono raggiungere i 10–12 metri di altezza e durare fino a ottant’anni.
C’è un esempio concreto in cui una tecnologia apparentemente semplice si è rivelata più sostenibile di una soluzione sofisticata?
Non siamo mai andati sul campo a proporre una nuova tecnologia. Con il workshop in cooperazione lavoriamo sul terreno, costruendo prototipi abitativi o costruttivi che possano servire da esempio per studenti, ricercatori o persone. Non abbiamo mai introdotto tecnologie fuori dal contesto universitario.
Faccio però l’esempio del forno solare: sulla carta perfetto, perché non richiede energia. Ma nella pratica ha limiti: funziona solo con la luce diretta del sole, e se passa una nuvola si spegne. Per chi è abituato a cucinare con il fuoco è fastidioso. In Cornovaglia, ad esempio, non funziona; in India funziona benissimo, in Etiopia potrebbe funzionare, ma incontra resistenze culturali...
Lavorare in team multiculturali è arricchente ma anche complesso: quali sono le competenze interculturali che fanno la differenza sul campo?
Sicuramente bisogna essere empatici, avere intelligenza emotiva, essere aperti al dialogo e alla comunicazione oltre le barriere e i confini. Bisogna saper ascoltare le persone, dimostrare serietà e motivazione, e soprattutto avere umiltà. Direi che servono prima di tutto competenze umane.
Non siamo mai andati sul campo a proporre una nuova tecnologia. Con il workshop in cooperazione lavoriamo sul terreno, costruendo prototipi abitativi o costruttivi che possano servire da esempio per studenti, ricercatori o persone. Non abbiamo mai introdotto tecnologie fuori dal contesto universitario.
Faccio però l’esempio del forno solare: sulla carta perfetto, perché non richiede energia. Ma nella pratica ha limiti: funziona solo con la luce diretta del sole, e se passa una nuvola si spegne. Per chi è abituato a cucinare con il fuoco è fastidioso. In Cornovaglia, ad esempio, non funziona; in India funziona benissimo, in Etiopia potrebbe funzionare, ma incontra resistenze culturali...
Lavorare in team multiculturali è arricchente ma anche complesso: quali sono le competenze interculturali che fanno la differenza sul campo?
Sicuramente bisogna essere empatici, avere intelligenza emotiva, essere aperti al dialogo e alla comunicazione oltre le barriere e i confini. Bisogna saper ascoltare le persone, dimostrare serietà e motivazione, e soprattutto avere umiltà. Direi che servono prima di tutto competenze umane.
Aggregatore Risorse
-
- Modalità ibrida
- 02 marzo 2026
- Diurna
- Mendrisio
- 4.0 ECTS
- 55 ore-lezione