Cure Palliative
Abbattere i tabù. Il punto di vista di Erika Capelli sulle cure palliative - Blog Formazione continua
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- Abbattere i tabù. Il punto di vista di Erika Capelli sulle cure palliative
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Proseguiamo con la nostra serie di interviste dedicate al tema delle cure palliative, con l'intento di illuminare un ambito del settore sanitario spesso avvolto nell'ombra, in cui la professionalità e l'umanità si intrecciano. Dove la dedizione e il supporto sono parte integrante dell’approccio che garantisce dignità ai pazienti, anche nei momenti più delicati e difficili. In questo articolo approfondiamo il tema con Erika Capelli, caporeparto.
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Erika Capelli
Erika è infermiera dal 2008 ed è entrata a far parte dello IOSI (Istituto Oncologico della Svizzera Italiana) alla fine del 2019. Da luglio dell'anno scorso, ricopre il ruolo di caporeparto nell'Unità di Cure Palliative al San Giovanni. Prima di approdare all’unità di cure palliative, Erika ha accumulato esperienza in vari reparti. Inizialmente in medicina generale presso l'Ospedale Civico, successivamente in oncologia a partire dal 2014.
Con la Formazione continua ha un forte legame; Erika non solo ha completato due Diplomi di Advanced Studies (DAS): uno in oncologia, concluso nel 2017, e uno in gestione, terminato nel 2019; attualmente è impegnata con il Certificate of Advanced Studies (CAS) in Cure Palliative.
Con la Formazione continua ha un forte legame; Erika non solo ha completato due Diplomi di Advanced Studies (DAS): uno in oncologia, concluso nel 2017, e uno in gestione, terminato nel 2019; attualmente è impegnata con il Certificate of Advanced Studies (CAS) in Cure Palliative.
D: Nelle interviste precedenti ci hanno spiegato come spesso si tenda ad associare erroneamente le cure palliative esclusivamente ai pazienti oncologici. Potrebbe spiegarci come le cure palliative vadano oltre questo ambito?
R: Sì, è un’associazione molto comune. Noi, infatti, con il nuovo primario (dottoressa Tanja Fusi-Schmidhauser, ndr) stiamo cercando di informare a proposito delle cure palliative e presentarle come una disciplina a sé stante e indipendente dal contesto oncologico. Le cure palliative sono essenziali per tutte le malattie croniche che presentano un decorso prolungato e che, in determinati momenti, richiedono un intervento palliativo per alleviare la sofferenza, ridurre gli stati di angoscia e migliorare la qualità della vita del paziente.
È infatti un retaggio culturale quello che associa le cure palliative unicamente ai pazienti oncologici, ci spiega Erika Capelli. Ipotizza che la causa sia legata ai lunghi percorsi di malattia che vivono i pazienti oncologici dove, in molti casi, si arriva a un punto in cui si necessità di cure palliative. Le cure palliative, anche in oncologia, possono servire per alleviare i sintomi collaterali delle terapie, come dolore, nausea e altri disagi. Questo non significa che il paziente stia morendo, ma che in quel momento ha bisogno di un supporto specifico da parte del palliativista.
D: E come si potrebbe eliminare lo stigma che associa le cure palliative solo ai pazienti in fin di vita, facendo comprendere che queste cure sono fondamentali, o potrebbero esserlo, anche in altre fasi della malattia?
R: Ad esempio nella medicina anglosassone sono molto all'avanguardia per quanto riguarda le cure palliative. Quando un paziente riceve una diagnosi oncologica, viene coinvolto anche il palliativista sin dall'inizio. Questo aiuta a spiegare che, durante il percorso di cura, potrebbe esserci bisogno di uno specialista per gestire il dolore e gli stati d'angoscia. Mostrando fin da subito la presenza e il ruolo del palliativista, il paziente ha meno paura e non associa immediatamente le cure palliative al fatto di essere in fin di vita.
D: Potrebbe anche capitare quindi di avere un palliativista per un periodo e poi non averlo più perché si guarisce o si sta meglio?
R: Sì. Nel nostro reparto non ci sono solo persone che sono lì per il fine vita. Abbiamo anche pazienti che vengono ricoverati per una o due settimane per una "reimpostazione terapeutica". Magari sono pazienti con una malattia cronica i cui medicamenti non funzionano più, o provocano vari effetti collaterali. L’efficacia dei farmaci varia da persona a persona e così i loro effetti. Noi esaminano la loro terapia attuale e testiamo diversi farmaci secondo i protocolli stabiliti, fino a trovare quello che funziona meglio per il dolore specifico del paziente.
D: E come funzionano esattamente questi test?
R: Durante queste settimane, testiamo i farmaci sia in forma endovenosa che in pastiglia, affinché il paziente possa tornare a casa con una lista precisa di farmaci da assumere. Questo processo permette al paziente di arrivare e andarsene sulle proprie gambe, con una gestione migliore del dolore. La parte bella del nostro reparto è il rapporto che instauriamo con i pazienti. Se dopo qualche mese il paziente ha bisogno di un aggiornamento della terapia a causa di un peggioramento, ritorna da noi e ritrova volti familiari. Questo crea una continuità di cura e un legame di fiducia fondamentale per il benessere del paziente.
D: In una delle scorse interviste abbiamo affrontato il tema del tabù legato alle cure palliative. È emerso che, oltre al retaggio culturale che induce paura nel parlare di tematiche legate alla morte, potrebbe influire anche una sorta di deformazione professionale. La maggior parte degli operatori sanitari, infatti, è concentrata sul trattamento attivo delle malattie. Qual è la sua opinione al riguardo?
R: Io credo che il problema sia maggiormente legato al pensiero della morte e anche alla tipologia di farmaci usati nelle cure palliative. Faccio questo esempio: c’è una percezione diffusa che la morfina possa uccidere, il che non è assolutamente vero. La morfina allevia specifiche sintomatologie come la fatica a respirare e il dolore, ma non uccide la persona. Oppure molti anziani quando sentono “morfina” pensano subito alla droga e temono di venir drogati, ma la maggior parte degli oppioidi utilizzati in medicina sono sintetici e prodotti in laboratorio, non derivano più dall’oppio. Probabilmente il tutto nasce anche da una scarsa informazione su queste tematiche.
D: Come vengono date le notizie difficili ai pazienti?
R: Di solito lo facciamo sempre in equipe: medico e infermiere insieme. Questo perché il medico, spesso, utilizza un linguaggio tecnico che può risultare difficile da comprendere per il paziente, mentre l'infermiere ha il compito di aiutare a chiarire il significato di determinati farmaci e trattamenti.
L'approccio interprofessionale tipico delle cure palliative include medici, infermieri, assistenti spirituali e assistenti sociali e fisioterapisti. Il fisioterapista svolge un ruolo cruciale, soprattutto per i pazienti che rientrano a domicilio: insegna loro movimenti e tecniche per ridurre la fatica e il dolore, migliorando la mobilità e la qualità della vita.
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L'assistente spirituale
L'assistente spirituale è una figura professionale con formazione in counseling o teologia. Non è necessariamente legato a una religione, ma piuttosto offre supporto emotivo ai pazienti, aiutandoli a elaborare la loro situazione e a comprendere le notizie ricevute e a gestire l'angoscia e le preoccupazioni che ne potrebbero derivare. Questa figura è particolarmente preziosa durante le "family conference", incontri in cui il paziente, i suoi cari e vari professionisti sanitari, discutono dell'evoluzione della malattia e delle cure necessarie.
D: Come viene gestita la scelta del luogo in cui “affrontare” il fine vita?
R: Dipende dalle volontà del paziente. Anche se non tutte le famiglie riescono a gestire questa situazione a domicilio. In generale facciamo tutto il possibile per rispettare il desiderio del paziente di morire a casa, se questo è il suo volere. In questi casi attiviamo sia la prima linea di assistenza, rappresentata dagli infermieri domiciliari, sia la seconda linea, che include gli infermieri di hospice o di strutture simili.
D: E come si gestiscono i casi in cui le volontà del paziente si contrappongono a quelle della famiglia?
R: Cerchiamo sempre di mediare e trovare una soluzione che rispetti sia la volontà del paziente sia quella della famiglia. Capisco le famiglie che non se la sentono e non forziamo mai nessuno a portare il paziente a casa contro la loro volontà. Si cerca sempre di trovare un compromesso che vada incontro ai desideri del paziente
D: Esistono reparti di cure palliative dove, oltre all'assistente sociale, è presente anche la figura del mediatore culturale?
R: Mediatori culturali è difficile, ma nel nostro ospedale abbiamo sempre a disposizione degli interpreti che possiamo chiamare. Ci sono interpreti all'interno del personale dell'ospedale che si mettono a disposizione. Se la necessità di un interprete è programmabile organizziamo l'incontro tramite un'agenzia. Se invece il bisogno è immediato abbiamo una lista di personale ospedaliero che parla altre lingue e può aiutare.
D: E se l’interprete non si trova o ci fosse un caso di paziente non verbale, come funziona?
R: Mi viene in mente una paziente. Era sorda, quindi usavamo il telefono per chiamare sua figlia in videochiamata e tradurre. Troviamo sempre degli escamotage. Un giorno, con una paziente russa, abbiamo utilizzato Google Translate su un iPad per comunicare. È necessario essere flessibili, soprattutto quando l’interprete non è disponibile, specialmente di notte. In generale, quando la comunicazione non avviene tramite la parola o c’è una barriera linguistica, le difficoltà sono soprattutto all’inizio. Quando poi impari a conoscere il paziente, impari a leggere le espressioni e la mimica facciale, che aiutano moltissimo.
Ad ogni modo, ci racconta Erika, le informazioni sui pazienti vengono raccolte da tutta l’equipe interprofessionale, compresi assistenti sociali e spirituali, e vengono condivise e scritte nella cartella del paziente per evitare di perdere dettagli importanti.
D: Durante la giornata cantonale si è parlato di cure palliative e popolazioni ai margini e la difficoltà nell’avere accesso alle cure, come ad esempio i carcerati. Ci può spiegare come è la situazione in Ticino a questo riguardo?
R: Non nel nostro reparto, ma al Civico c'è un'equipe dedicata che opera anche all'interno del carcere (La Stampa). Questa equipe è composta da un medico e sei infermieri che si occupano dei pazienti nel carcere. Stiamo cercando di introdurre le cure palliative anche lì, poiché la popolazione carceraria sta invecchiando e ha bisogno di assistenza specifica. Attualmente quando un carcerato necessita di cure più complesse, viene trasferito al Civico, dove ci sono celle appositamente predisposte con misure di sicurezza. L'equipe mobile di cure palliative integrate visita questi pazienti su chiamata, monitorando dolore e altri sintomi ogni giorno.
Erika ci spiega l’importanza dell’operatività e delle visite ai pazienti anche quando si ricoprono ruoli più strategici, in quanto caporeparto, oltre ai suoi compiti amministrativi, ogni mese copre circa sei turni. Questo le permette di avere una migliore visione d’insieme: comprendere meglio i problemi che la sua equipe le segnala e non perdere il filo diretto coi pazienti.
D: Cosa si aspetta dal CAS in Cure Palliative che sta frequentando?
R: Mi aspetto di vedere in teoria ciò che ho osservato in pratica e di acquisire nuove nozioni, soprattutto riguardo ai farmaci e ai trattamenti specifici. Essendo in reparto da un anno, alcune situazioni non le ho ancora affrontate direttamente. Con il CAS, potrò avere una maggiore consapevolezza e concretezza su molti aspetti che finora mi erano sconosciuti. Mi aspetto di poter dire, se mi trovo in una certa situazione, "Ah, abbiamo visto questo durante il CAS, potrebbe essere utile".
D: Nella Formazione continua lo scambio fra docente e partecipanti è uno scambio quasi alla pari. Si impara anche, e soprattutto, dall’esperienza degli altri. Nella sua esperienza di partecipante, crede che questo l’abbia aiutata nella professione?
R: Sicuramente. Aiuta ad avere una visione più completa. Quando sei infermiere, vedi le cose in un modo; quando assumi il ruolo di capo reparto, le vedi in un altro. Da infermiere pensi che qualcosa dovrebbe essere fatto, ma come capo reparto comprendi i costi e le risorse necessarie. Questa visione più ampia è fondamentale e nei corsi di Formazione continua si può proprio avere questo tipo di scambi.
D: Oltre alle tecniche convenzionali, quali altre metodologie offrite per alleviare dolore e angoscia nei pazienti di cure palliative?
R: Come reparto di cure Palliative abbiamo la possibilità di offrire diverse tecniche aggiuntive come l'agopuntura, l’aromaterapia, l'ipnosi medica o la stimolazione basale. Per quanto riguarda l'ipnosi, ovviamente non intendo quella con il pendolino che si vede nei film. L’ipnosi medica è particolarmente utile per gestire dolore, angoscia e nausea, sintomi che possono avere una forte componente mentale. In generale, aiuta a spostare l'attenzione del paziente e ad utilizzare tecniche di respirazione per alleviare la nausea.
D: Per quanto riguarda l'aspetto emotivo, come gestiscono gli infermieri il carico psicologico?
R: Di solito, sia nei reparti di oncologia sia nei reparti di cure palliative, si tende a parlare molto all’interno dell'equipe. Se stiamo affrontando una situazione particolarmente difficile a livello psicologico, ci fermiamo e discutiamo di come la stiamo vivendo. Il confronto aiuta molto; permette di tornare a casa e chiudere l'armadietto, lasciando i problemi al lavoro. Ovviamente, alcune cose ce le portiamo a casa perché siamo umani… se così non fosse, mi farei delle domande.
D: Avete dei momenti fissi per questi incontri?
R: Ci sono momenti in cui possiamo richiedere un debriefing. Ad esempio, al San Giovanni, dopo il Covid, è stato avviato il progetto COLIBRÌ, che offre coaching e counseling. Facciamo incontri trimestrali, coinvolgendo l’equipe e il corpo medico. Si discute di casi specifici o di situazioni che ci sono capitate.
D: Può parlarci di come gestite le difficoltà emotive all’interno dei vostri team?
R: Secondo me la chiave è l’ascolto. Ad esempio, nel mio ufficio, condiviso con un altro capo reparto, teniamo sempre la porta aperta. Questo incoraggia le persone a entrare e chiedere aiuto senza timori. Sembra una cosa piccola, ma avere la porta aperta fa una grande differenza. Il parlare apertamente è cruciale per gestire le difficoltà.
D: Quali sono le principali difficoltà emotive che gli infermieri affrontano?
R: Le difficoltà possono variare. Ci si può affezionare troppo a un paziente o rivivere esperienze passate dolorose. Oppure gestire pazienti con comportamenti difficili, ad esempio violenti, può essere molto stressante. Io trovo che in questi casi parlare e condividere sia la cosa più importante.
D: Chiunque lavori in questi reparti deve avere una certa empatia innata oltre a competenze specifiche?
R: Sì, l'empatia è fondamentale, ma è altrettanto importante il lavoro di squadra. Ogni figura è importante, non conta se si è medico, dietista o fisioterapista. Ad esempio, abbiamo la grande visita interdisciplinare dove è l’infermiere a presentare il paziente.
D: Perdona l’ignoranza… La grande visita interdisciplinare? Di cosa si tratta esattamente?
R: La grande visita è una riunione settimanale in cui un gruppo di circa 20 persone tra cui il primario, il capo clinica, il fisioterapista, l'assistente sociale, la dietista, l'assistente spirituale e la responsabile della Lega cancro e l’infermiere. Come dicevo, in questa visita è l'infermiere che presenta il paziente, e poi ogni professionista condivide le proprie osservazioni sulla settimana.
D: Oltre quelle già citate ha qualche esperienza particolare che vorrebbe condividere?
R: Una delle cose belle delle cure palliative è che non abbiamo orari rigidi nel reparto. I familiari possono venire e stare quanto vogliono, anche mangiare con i pazienti. Abbiamo una saletta tipo un salottino con un tavolo e una cucina dove i parenti possono andare. Organizziamo anche feste di compleanno per i pazienti ricoverati. Oppure permettiamo ai pazienti di “ricevere visite” dai propri animali domestici come cani, gatti e persino un agnellino qualche mese fa. Questo permesso però è riservato solo ai pazienti in cure palliative. Ci siamo guadagnati questo privilegio (non evidente da ottenere per ragioni soprattutto di igiene, ndr) per offrire un conforto speciale ai nostri pazienti.
R: Dipende dalle volontà del paziente. Anche se non tutte le famiglie riescono a gestire questa situazione a domicilio. In generale facciamo tutto il possibile per rispettare il desiderio del paziente di morire a casa, se questo è il suo volere. In questi casi attiviamo sia la prima linea di assistenza, rappresentata dagli infermieri domiciliari, sia la seconda linea, che include gli infermieri di hospice o di strutture simili.
D: E come si gestiscono i casi in cui le volontà del paziente si contrappongono a quelle della famiglia?
R: Cerchiamo sempre di mediare e trovare una soluzione che rispetti sia la volontà del paziente sia quella della famiglia. Capisco le famiglie che non se la sentono e non forziamo mai nessuno a portare il paziente a casa contro la loro volontà. Si cerca sempre di trovare un compromesso che vada incontro ai desideri del paziente
D: Esistono reparti di cure palliative dove, oltre all'assistente sociale, è presente anche la figura del mediatore culturale?
R: Mediatori culturali è difficile, ma nel nostro ospedale abbiamo sempre a disposizione degli interpreti che possiamo chiamare. Ci sono interpreti all'interno del personale dell'ospedale che si mettono a disposizione. Se la necessità di un interprete è programmabile organizziamo l'incontro tramite un'agenzia. Se invece il bisogno è immediato abbiamo una lista di personale ospedaliero che parla altre lingue e può aiutare.
D: E se l’interprete non si trova o ci fosse un caso di paziente non verbale, come funziona?
R: Mi viene in mente una paziente. Era sorda, quindi usavamo il telefono per chiamare sua figlia in videochiamata e tradurre. Troviamo sempre degli escamotage. Un giorno, con una paziente russa, abbiamo utilizzato Google Translate su un iPad per comunicare. È necessario essere flessibili, soprattutto quando l’interprete non è disponibile, specialmente di notte. In generale, quando la comunicazione non avviene tramite la parola o c’è una barriera linguistica, le difficoltà sono soprattutto all’inizio. Quando poi impari a conoscere il paziente, impari a leggere le espressioni e la mimica facciale, che aiutano moltissimo.
Ad ogni modo, ci racconta Erika, le informazioni sui pazienti vengono raccolte da tutta l’equipe interprofessionale, compresi assistenti sociali e spirituali, e vengono condivise e scritte nella cartella del paziente per evitare di perdere dettagli importanti.
D: Durante la giornata cantonale si è parlato di cure palliative e popolazioni ai margini e la difficoltà nell’avere accesso alle cure, come ad esempio i carcerati. Ci può spiegare come è la situazione in Ticino a questo riguardo?
R: Non nel nostro reparto, ma al Civico c'è un'equipe dedicata che opera anche all'interno del carcere (La Stampa). Questa equipe è composta da un medico e sei infermieri che si occupano dei pazienti nel carcere. Stiamo cercando di introdurre le cure palliative anche lì, poiché la popolazione carceraria sta invecchiando e ha bisogno di assistenza specifica. Attualmente quando un carcerato necessita di cure più complesse, viene trasferito al Civico, dove ci sono celle appositamente predisposte con misure di sicurezza. L'equipe mobile di cure palliative integrate visita questi pazienti su chiamata, monitorando dolore e altri sintomi ogni giorno.
Erika ci spiega l’importanza dell’operatività e delle visite ai pazienti anche quando si ricoprono ruoli più strategici, in quanto caporeparto, oltre ai suoi compiti amministrativi, ogni mese copre circa sei turni. Questo le permette di avere una migliore visione d’insieme: comprendere meglio i problemi che la sua equipe le segnala e non perdere il filo diretto coi pazienti.
D: Cosa si aspetta dal CAS in Cure Palliative che sta frequentando?
R: Mi aspetto di vedere in teoria ciò che ho osservato in pratica e di acquisire nuove nozioni, soprattutto riguardo ai farmaci e ai trattamenti specifici. Essendo in reparto da un anno, alcune situazioni non le ho ancora affrontate direttamente. Con il CAS, potrò avere una maggiore consapevolezza e concretezza su molti aspetti che finora mi erano sconosciuti. Mi aspetto di poter dire, se mi trovo in una certa situazione, "Ah, abbiamo visto questo durante il CAS, potrebbe essere utile".
D: Nella Formazione continua lo scambio fra docente e partecipanti è uno scambio quasi alla pari. Si impara anche, e soprattutto, dall’esperienza degli altri. Nella sua esperienza di partecipante, crede che questo l’abbia aiutata nella professione?
R: Sicuramente. Aiuta ad avere una visione più completa. Quando sei infermiere, vedi le cose in un modo; quando assumi il ruolo di capo reparto, le vedi in un altro. Da infermiere pensi che qualcosa dovrebbe essere fatto, ma come capo reparto comprendi i costi e le risorse necessarie. Questa visione più ampia è fondamentale e nei corsi di Formazione continua si può proprio avere questo tipo di scambi.
D: Oltre alle tecniche convenzionali, quali altre metodologie offrite per alleviare dolore e angoscia nei pazienti di cure palliative?
R: Come reparto di cure Palliative abbiamo la possibilità di offrire diverse tecniche aggiuntive come l'agopuntura, l’aromaterapia, l'ipnosi medica o la stimolazione basale. Per quanto riguarda l'ipnosi, ovviamente non intendo quella con il pendolino che si vede nei film. L’ipnosi medica è particolarmente utile per gestire dolore, angoscia e nausea, sintomi che possono avere una forte componente mentale. In generale, aiuta a spostare l'attenzione del paziente e ad utilizzare tecniche di respirazione per alleviare la nausea.
D: Per quanto riguarda l'aspetto emotivo, come gestiscono gli infermieri il carico psicologico?
R: Di solito, sia nei reparti di oncologia sia nei reparti di cure palliative, si tende a parlare molto all’interno dell'equipe. Se stiamo affrontando una situazione particolarmente difficile a livello psicologico, ci fermiamo e discutiamo di come la stiamo vivendo. Il confronto aiuta molto; permette di tornare a casa e chiudere l'armadietto, lasciando i problemi al lavoro. Ovviamente, alcune cose ce le portiamo a casa perché siamo umani… se così non fosse, mi farei delle domande.
D: Avete dei momenti fissi per questi incontri?
R: Ci sono momenti in cui possiamo richiedere un debriefing. Ad esempio, al San Giovanni, dopo il Covid, è stato avviato il progetto COLIBRÌ, che offre coaching e counseling. Facciamo incontri trimestrali, coinvolgendo l’equipe e il corpo medico. Si discute di casi specifici o di situazioni che ci sono capitate.
D: Può parlarci di come gestite le difficoltà emotive all’interno dei vostri team?
R: Secondo me la chiave è l’ascolto. Ad esempio, nel mio ufficio, condiviso con un altro capo reparto, teniamo sempre la porta aperta. Questo incoraggia le persone a entrare e chiedere aiuto senza timori. Sembra una cosa piccola, ma avere la porta aperta fa una grande differenza. Il parlare apertamente è cruciale per gestire le difficoltà.
D: Quali sono le principali difficoltà emotive che gli infermieri affrontano?
R: Le difficoltà possono variare. Ci si può affezionare troppo a un paziente o rivivere esperienze passate dolorose. Oppure gestire pazienti con comportamenti difficili, ad esempio violenti, può essere molto stressante. Io trovo che in questi casi parlare e condividere sia la cosa più importante.
D: Chiunque lavori in questi reparti deve avere una certa empatia innata oltre a competenze specifiche?
R: Sì, l'empatia è fondamentale, ma è altrettanto importante il lavoro di squadra. Ogni figura è importante, non conta se si è medico, dietista o fisioterapista. Ad esempio, abbiamo la grande visita interdisciplinare dove è l’infermiere a presentare il paziente.
D: Perdona l’ignoranza… La grande visita interdisciplinare? Di cosa si tratta esattamente?
R: La grande visita è una riunione settimanale in cui un gruppo di circa 20 persone tra cui il primario, il capo clinica, il fisioterapista, l'assistente sociale, la dietista, l'assistente spirituale e la responsabile della Lega cancro e l’infermiere. Come dicevo, in questa visita è l'infermiere che presenta il paziente, e poi ogni professionista condivide le proprie osservazioni sulla settimana.
D: Oltre quelle già citate ha qualche esperienza particolare che vorrebbe condividere?
R: Una delle cose belle delle cure palliative è che non abbiamo orari rigidi nel reparto. I familiari possono venire e stare quanto vogliono, anche mangiare con i pazienti. Abbiamo una saletta tipo un salottino con un tavolo e una cucina dove i parenti possono andare. Organizziamo anche feste di compleanno per i pazienti ricoverati. Oppure permettiamo ai pazienti di “ricevere visite” dai propri animali domestici come cani, gatti e persino un agnellino qualche mese fa. Questo permesso però è riservato solo ai pazienti in cure palliative. Ci siamo guadagnati questo privilegio (non evidente da ottenere per ragioni soprattutto di igiene, ndr) per offrire un conforto speciale ai nostri pazienti.